15) Schopenhauer. Amore e sesso.
A. Schopenhauer osserva che l'amore  legato alla sessualit, la
quale a sua volta esprime la volont della specie di proseguire la
sua esistenza.
A. Schopenhauer, Il mondo come volont e rappresentazione,
secondo, 44 (vedi manuale pagina 129).
Ogni innamoramento, infatti, per quanto voglia mostrarsi etereo,
ha la sua radice solo nell'istinto sessuale, anzi  in tutto e per
tutto soltanto un impulso sessuale determinato, specializzato in
modo prossimo e rigorosamente individualizzato.
 [...] L'estasi incantevole, che coglie l'uomo alla vista di una
donna di bellezza a lui conveniente e che gli fa immaginare
l'unione con lei come il sommo bene,  proprio il senso della
specie, che, riconoscendo chiaramente impresso in essa il suo
stampo, vorrebbe con essa perpetuarlo. Da questa decisa
inclinazione verso la bellezza dipende la conservazione del tipo
della specie: perci esso agisce con cos gran forza. Noi
considereremo pi oltre singolarmente gli accorgimenti, che esso
adopera. L'uomo  dunque in ci guidato realmente da un istinto,
che tende al miglioramento della specie anche se si illude di
cercare soltanto un accrescimento del proprio godimento. In
effetti noi abbiamo qui un istruttivo chiarimento sull'intima
essenza di ogni istinto, il quale quasi sempre, come qui, mette in
moto l'individuo per il bene della specie.
 [...] Conformemente all'esposto carattere della cosa, ogni
innamorato, dopo il godimento finalmente raggiunto, prova una
strana delusione e si meraviglia, che ci che ha cos ardentemente
desiderato non dia nulla di pi di ogni altro appagamento
sessuale; tanto che egli ormai non si vede pi spinto verso di
esso. Quel desiderio dunque stava a tutti i rimanenti suoi
desideri nello stesso rapporto con cui la specie sta
all'individuo, ossia come una cosa infinita e una finita.
L'appagamento al contrario avviene propriamente solo per il bene
della specie e non cade perci nella coscienza dell'individuo, il
quale qui, animato dalla volont della specie, serviva con ogni
sacrificio ad un fine, che non era il suo proprio.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciannovesimo, pagine 653-656.
